Le nostre liste di Municipalità

Ecco le liste di Municipalità dove potrai votare il MoVimento 5 Stelle


Ti ricordiamo che per il Comune di Napoli si vota sulla scheda azzurra, barrando Matteo Brambilla e poi barrando anche il simbolo del MoVimento 5 Stelle, inoltre potrai aggiungere due preferenze negli spazi vuoti, inserendo un candidato uomo e uno donna. I nostri candidati al consiglio comunale li trovi qui https://movimento.napoli.it/5-stelle/elezioni-2016/candidati-m5s-al-comune-di-napoli

MATTEO BRAMBILLA SI VOTA COSI

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Piccolo mondo antico

di Carlo Amirante

L’ormai inevitabile riconferma nel ruolo di capo dello Stato uscente, in un ruolo con fortissime tendenze semipresidenziali ben al di là dei poteri che la Costituzione gli attribuisce, rappresenta la più bieca auto-perpetuazione di un ceto politico autoreferenziale come non ce ne sono eguali in Europa e secondo qualcuno, anche nel mondo.

Il trionfo di Napolitano ‘padre della patria’ – in realtà legittimo rappresentante di un sistema di governance fondato sulla leadership di un sistema bancario e finanziario privo di ogni controllo – rappresenta la chiusura di ogni possibilità, auspicata da larghi strati di elettorato, di una svolta democratica della politica italiana ed europea. Sembra però piuttosto implicare la continuità con la logica e le prospettive del governo Monti, tecnico solo nel senso di non rappresentare i lavoratori, i disoccupati, i giovani in cerca di primo impiego, i pensionati a 500 euro, gli esodati, le piccole imprese i cui titolari sono costretti a chiudere dopo aver progressivamente licenziato o messo in cassa integrazione i propri dipendenti.

Se la rottura politica non è dunque avvenuta, non è certo un caso. Innanzitutto perché l’uscita dal semestre bianco durante il quale la Costituzione esclude lo scioglimento anticipato delle camere rafforzerà ulteriormente, sotto le mentite spoglie della moral-suation i poteri di Napolitano di condizionare la formazione del governo inducendo di fatto… nell’interesse dalla patria la collaborazione fra PD e PdL. In secondo luogo, perché il ruolo assolutamente determinante di Berlusconi e dei suoi nell’elezione semiplebiscitaria del presidente è una sicura garanzia di impunità per Berlusconi stesso e i non pochi indagati del suo partito; in terzo luogo perché sembra così del tutto improbabile una svolta significativa ed efficace che comprenda una seria riforma elettorale, rigorose norme che sanciscano l’incompatibilità (non solo parlamentare) e l’eliminazione delle controriforme nell’università, nella scuola, nella sanità pubblica, e soprattutto del mercato del lavoro e del sistema bancario e finanziario che ci hanno fatto precipitare nell’attuale crisi di disoccupazione e assenza di sviluppo.

D’altra parte la presidenza Napolitano non solo non esclude ma addirittura favorirà una revisione costituzionale destinata a consolidare alternativamente i poteri presidenziali o del governo con la conseguenza di cancellare o rendere puramente formale il valore sia politico che istituzionale della sovranità popolare che il primato della governance di Bruxelles ha già drasticamente ridotto.

La riabilitazione delle istituzioni e dei partiti che l’elezione del presidente avrebbe realizzato, ha ricevuto l’immediato plauso di un sistema mediatico ormai noto urbi et orbi come uno dei meno indipendenti al mondo e più asservito ai poteri forti (banche, finanziatori arcinoti e occulti), ma anche della Commissione episcopale e perfino del socialdemocratico Schulz, secondo il quale la rielezione di Napolitano rappresenta una garanzia per le sorti non solo dell’Italia ma anche dell’Europa, mentre non mancherà la benedizione di Obama e delle maggiori espressioni del mondo e del comando capitalistico.

Le prospettive che si aprono per il ‘bel paese’ sembrano ancora più rischiose dell’immaginabile; ad un governo già appoggiato da un centrosinistra (sempre meno sinistra…) e da un centrodestra a cui è stato erroneamente (o criminalmente?) concesso un anno per ricompattarsi e risalire da una pesante china politica, sta per subentrare, secondo ogni plausibile previsione, un nuovo governo espressione di un’esplicita e formale alleanza fra il PD e il PdL, a cui gli elettori avevano dato il mandato politico di prospettare coalizioni di governo contrapposte.

L’origine dell’attuale crisi dei partiti, il cui ruolo di illimitata disposizione alla mediazione sembra cancellare largamente la funzione di rappresentanza delle aspirazioni e delle esigenze dei loro elettori, sta in quella progressiva crisi di coerenza e legittimazione politica iniziata con lo smontaggio della “gioiosa macchina da guerra” del Partito Comunista di Occhetto, terminata con quell’abbraccio mortifero fra un’ala social-comunista e la Margherita.

Questa formazione politica all’anglosassone (chi non ricorda una campagna elettorale caratterizzata dallo slogan ‘I care’?), da un lato ha continuato a contendere al PdL il determinante condizionamento degli eterni poteri forti che fin dall’inizio della storia unitaria hanno sempre limitato l’indipendenza e la coerenza delle politiche di governo, ossia il Vaticano, le banche, gruppi massonici ed una stampa e successivamente una televisione largamente dipendente da questi.

La probabile alleanza di governo, diretta o indiretta che sia, tra PD/PdL/Lega/Montiani/post-fascisti in nome di una falsa idea di unità fra le forze democratiche e responsabili del paese, consoliderà il ruolo politico di Berlusconi e dei suoi che, come ha sottolineato fin dagli anni ’90 l’opinione pubblica e l’analisi scientifica più attenta del paese ha svolto la funzione di far emergere da non pochi strati sociali del nostro paese gli istinti peggiori quali l’egoismo, il falso bigottismo, l’accettazione cinica delle peggiori ingiustizie e diseguaglianze sociali, l’abbandono del proletariato e del sottoproletariato meridionale nelle braccia delle camorre, delle mafie, delle ‘ndranghete, delle sacre corone unite. Per non parlare dell’idea, nel nostro paese diffusa più che altrove, che ciò che accade o viene affermato in televisione, è più vero di ogni fenomeno reale e direttamente constatabile, magari anche in un processo.

Il progetto politico – l’unico praticabile per un paese che non voglia seguire la scelta irrealizzabile di un’uscita dalla UE – di un’alleanza tra le formazioni politiche più progressiste e sensibili, italiane, spagnole, greche, irlandesi e, perché no, tedesche e francesi, per trasformare l’Europa dei banchieri, della finanza creativa e dei poteri forti nell’Europa dei popoli e dei lavoratori, sembra così per ora gettato alle ortiche.

La rivolta dei giovani e della parte più attiva dei cittadini italiani a scelte parlamentari reazionarie e antipopolari, non può fermarsi ora di fronte ad una scelta che sembra confermare le strategie di governance economica europea e globale; la presenza in parlamento di un folto gruppo politico espressione viva e vivace della società civile, può e deve rappresentare una spina nel fianco di una probabile formazione governativa in continuità con il governo Monti, che prepari una svolta politica ancora più decisa di quella delle elezioni di febbraio scorso, tale da orientare le politiche nazionali e comunitarie nel segno della solidarietà economica e sociale e nel rilancio dell’economia reale, delle piccole e medie imprese, del lavoro dipendente, dell’occupazione e del sostegno ai ceti più deboli della società.